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Spesso gli italiani hanno il b rutto vizio, quando qualcuno parla, presi dall’idea di avere sempre e comunque ragione, che si tratti di qualunque cosa, di dire due frasi tristi e antipatiche: tu non sai con chi stai parlando, oppure, ma te chi sei ?, beh spesso per esprimere quello che senti non conta chi sei, conta esprimersi e, le mie espressioni, riguardano un personaggio noto ai marzia listi Giorgio Petrosyan.
Diventa sempre difficile parlare dei grandi, rischi di usare troppa enfasi o di toccare un icona e crearti “nemici”, ma chi come me, da sempre è abituato a parlare, sa il rischio che corre.
Giorgio Petrosyan, premetto, non lo conosco di persona, l’ho visto spesso combattere, da spettatore, sui video in internet, ed è lì che il combattente, l’uomo, mi ha colpito. Da piccolo ho sempre pensato che gli uomini li vedi all’angolo, quando soffrono, quando sono chiusi, soli, impauriti, quando conosco la vera anima di se stessi, lo penso ancora, ed ancora penso, che lui ha una qualità, vista in pochi campioni, quella del rispetto cavalleresco del suo avversario. C’è chi vede in un combattimento, calci e pugni, c’è chi ci vede violenza, chi vede un bisogno di espressione di problemi interiori e rabbia, io da sempre ci vedo una cavalleresca poesia, la stessa poesia della ricerca, della comprensione del dolore, che ascolto in Leopardi.
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